LOLA CHE DILATI LA CAMICIA

Per entrare nel teatro dal foyer, si deve percorrere un breve corridoio illuminato simile a quelli che collegano i check-in dell’aereoporto direttamente all’aereo pronto a decollare. In effetti, quando si arriva in fondo, si ha davvero l’impressione di dover intraprendere un viaggio, ma non per luoghi esotici e incontaminati, piuttosto tra gli anfratti imprecisati della coscienza dove però permangono alcuni frammenti di un’umanità troppo spesso dimenticata.
Si attraversano alcuni metri di proscenio per arrivare alle file di poltroncine, ma subito ci si accorge che tutto è immerso nel microcosmo teatrale della pièce, al punto che si può ritenere a diritto di non trovarsi di fronte al semplice infrangimento della “quarta parete”, dove la scena, e di conseguenza gl’interpreti, interagiscono col pubblico, ma dove è il pubblico a visitare la scena come spettatore di un dramma che al di là dei protagonisti riguarda alcuni reconditi passaggi della propria esistenza.
Adalgisa Conti era una donna come tante, come troppe delusa dalla vita, ma con una grande desiderio di libertà. Come tale, non poteva essere ascrivibile a una moralità accettata, era logico che su denunzia del marito dovesse venire internata, perdere la propria autonomia, smettere di esistere come persona per unire il colore della propria pelle a quello delle pareti di un manicomio. E l’infermiera che l’assiste, a un certo punto diventa l’unico riferimento, il sostegno di un respiro, fino a quando i due cuori sembrano battere con lo stesso ritmo.
La storia di questa drammaturgia è legata al diario scritto durante i primi anni di ricovero, quando ancora non era morta la speranza, e la trascrizione di una testimonianza poteva addirittura portare a un riesame della propria condizione di reclusa. Tutto risulterà inutile, da lì a pochi anni l’assuefazione all’ambiente porterà al definitivo mutismo della donna, fino al ritrovamento di quegli scritti negli anni settanta, nel corso di un’indagine aperta a seguito dell’esperienza di Franco Basaglia a Gorizia, tra le cartelle cliniche del manicomio provinciale di Arezzo dove la donna rimase fino alla morte, avvenuta nel 1980 all’età di 93 anni, dopo 67 d’internamento. Raccolti nel 1978 in un libro curato da Luciano Della Mea, allora ricercatore del CNR, con il titolo di Manicomio 1914, pubblicato dall’editore Mazzotta, daranno luogo nel 1996 alla prima edizione di Lola che dilati la camicia, titolo ispirato a un racconto di Alda Merini in cui il primo verso della Cavalleria Rusticana viene storpiato (dilati sarebbe in realtà di latti, ovvero bianca).
Un’ora di spettacolo dove le interpretazioni rispettive di fatti e circostanze di degente e infermiera, risuonano come gli echi di universi paralleli entrambi possibili, fino all’urlo finale di un’anima che intende rivendicare finalmente la propria identità. Un capolavoro d’interpretazione, allestimento e regia che vede in Cristina Crippa e Patricia Savastano le indiscutibili protagoniste di questa pièce sul confronto tra comune senso morale e diversità.
(Claudio Elli, 6 marzo 2009)
Giudizio:
****
TEATRIDITHALIA
presenta:
Lola
che dilati la camicia dal
diario di Adalgisa Conti
Con
cristina crippa e Patricia Savastano
Regia
di Marco Baliani
Scene
costumi: Carlo Sala
Luci:
Nando Frigerio
Suono:
Renato Rinaldi
Costumi:
Studio Ossessione
Milano,
Teatro dell’Elfo, via Ciro Menotti 11
Dal
19 febbraio al 15 marzo 2009
In
alto: foto di scena © Ufficio
Stampa Teatridithalia